Utente: sincontrario
Rammentate le mani che poggiando non premono, seppure nei torsi sia forza.
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Sincrono e Contrario
domenica, 27 novembre 2005


Perchè parlate? SAPPIAMO.
Lasciatemi congelare il tempo, lo spazio e ancora il tempo. L'orrore, che pesa, si è depositato in fondo, non si direbbe che esista; ma dal volto! S'è fatto desideri, e labirinti per renderli inaccessibili.
Denaturati e paventati. La fede non è per i mali che trascendono il tracendente, ambasciatrice di parole cristalline e ideali, s'allontanano.
Ieri sera mi sono addormantata a fatica.  Ho visto ancora quei fantasmi, e la paura di ghiaccio (come il tempo). Tento di scacciare la vana speranza, mi dico: Smettila. Mi dico: E' finita.
Mobili come altari che già subiscono il troppo peso di foto ingiallite, son certa che si spezzerebbero se ve ne si aggiungesse un'altra.
In tutta la terra si muore di ore di agonia, 'che la vita s'aggrappa ad un lembo come un lombrico sull'ultima foglia estiva. Se anche si decidesse di staccarsi, non ci seguirebbe il corpo giacchè esso ha preso da tempo altre strade da noi, e orgoglioso ci sovrasta secondo dualismi inconoscibili.
Ei baci. E i baci si disperdono e consumano e bruciano e non son fatti per l'inferno asfissiante. Ho imparato a risparmiare: Aria.
Se è vero che l'amore cede petali rossi, crepuscoli nella notte, così Lui, se non addirittura veleni, acquista mancanze.
Faccio quì un voto. Intimo e segreto.
Aver consapevolezza del nostro esistere e del nostro non-esistere, abbracciarlo presto, troppo, toccarlo e odorarlo, non ha alcun vantaggio. Fortunati quelli che lo incontreranno quando sarà utile, e non dovranno portarlo negli occhi come unico colore al mondo. Infanti, che splendore. Ora penso a quanti infanti abitano sotto il nostro cielo; li incontri per strada. Son quelli che hanno occhi grandi e luminosi, che negli oggetti vedono oggetti e nelle persone vedono persone. Io dovunque afferro (o forse loro me) simboli, segni, e ogni cosa si fa persona come ogni persona si fa cosa. E talvolta debbo serrare le palpebre. Quanti dunque? Si direbbero migliaia ma si escluderebbe la vera moltitudine, quella che spia gelosa il brulichio da dietro le serrande, di case, di ospedali, di carceri, di menti annebbiate, di aride pianure, di vecchi ricordi. E' un popolo subacqueo.
Vorrei poter tornare dalla cenere al sandalo così come mari s'elevano in continuo divenire; vorrei l'esperienza contenere intatta, come un nocciolo duro che giace nell'utero dell'anima e continuamente sprigiona succhi a cui posso attingere o stare innanzi senza far nulla. Solo un leggero sbattere di ciglia.

L.
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domenica, 27 novembre 2005

                                                                                                                                                                                                               I versi non sono, come crede la gente, sentimenti ( che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo ( era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare,a mari, a notti di viaggio che passavaeno alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle,e non basta ancora per poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche purpuree addormentate che si richiudono. ma anche presso i moribondi bisogna essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la gran pazienza che ritornino. Poichè i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo, gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.



R.M.R.
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domenica, 20 novembre 2005

[...]

Ed era solo, col suo stupore,

tra le creature senza meraviglia

- per le quali esistere e trascorrere era sufficiente.

L'uomo, con loro, scorreva sull'onda dello stupore!

Meravigliandosi, sempre emergeva

dal maroso che lo trasportava,

come per dire a tutto il mondo:

"fermati! - in me hai un porto,

in me c'è quel luogo d'incontro

col Primordiale Verbo" -

"fermati, questo trapasso ha un senso,

ha un senso... ha un senso... ha un senso!"

K.W.

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domenica, 20 novembre 2005


"...combattere il tuo male è come tenere fermo il mare nelle sue maree.
 Lasciarsi cullare dalla sua forza, e che sia un tenero abbandono.."

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